Poche persone possono ritenere di aver svolto un ruolo da protagonista della storia della Repubblica come Giulio Andreotti. Senatore a vita, Presidente del Consiglio (per sette volte), Ministro della Difesa (otto), degli Esteri (cinque), alle Partecipazioni statali (tre), del Bilancio (due), delle Finanze (due) e dell’Industria (due), dell’Interno, del Tesoro, dei Beni Culturali e delle Politiche Comunitarie. È stato ininterrottamente in Parlamento dai giorni della Costituente, nel 1946, al 1991, quando è stato nominato Senatore a vita.
Giulio nasce a Roma il 14 gennaio 1919. Dopo il liceo, si iscrive a Giurisprudenza. La scelta dell’università è dettata dalle condizioni economiche della famiglia che non può permettersi il tempo pieno di Medicina. Andreotti, infatti, mentre frequenta Legge lavora e aiuta la madre. Un aneddoto racconta che il medico del Celio, l’ospedale militare di Roma, nel dichiararlo inidoneo alla leva per anemia e deperimento organico, sentenziò che ad Andreotti non rimanevano che sei mesi di vita. Evidentemente si sbagliava.
Andreotti inizia ad impegnarsi in politica all’interno dei FUCI, federazione universitaria cattolica italiana, dove, già nel 1939, ricopre ruoli di primo piano. Guida il giornale dell’Associazione e collabora con la Rivista del Lavoro (orientamento fascista) e la redazione clandestina del Popolo. Nel 1944 viene eletto nel Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana e nel 1946 nell'Assemblea Costituente. Nel 1948 i voti degli italiani lo portano alla Camera.
Il primo ruolo nell’esecutivo lo riveste nel 1947 (fino al 54), quando viene chiamato come sottosegretario della Presidenza del Consiglio del governo De Gasperi. Nel 1958 viene nominato presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Otto anni dopo diventa capogruppo DC alla Camera.
Il 1972 Andreotti diventa Presidente del Consiglio. Rimarrà in carica fino al 1973. Tre anni dopo la DC batte il PCI per una manciata di voti. Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista, chiede ad Aldo Moro di dare concretezza al "compromesso storico" e formare un governo DC-PCI. L’obiettivo è quello di superare il periodo di crisi economica e terrorismo.
La richiesta è in realtà tradotta in un monocolore DC guidato da Andreotti: il governo della "non sfiducia", che si regge grazie all'astensione dei partiti dell'"arco costituzionale" (tutti tranne il MSI-DN). L’esperimento dura fino a gennaio 1978. Successivamente grazie alla mediazione di Aldo Moro, viene promosso un nuovo esecutivo, ancora un monocolore DC, ma sostenuto anche dal voto favorevole del PCI. La fiducia si vota il 16 marzo, lo stesso giorno in cui viene sequestrato Moro. La gestione della crisi da parte di Andreotti è molto controversa. La strategia scelta è quella di evitare qualsiasi dialogo con i rapitori. Sia la famiglia che lo stesso Moro, nelle sue memorie, gli riserveranno giudizi durissimi.
Gli anni Ottanta sono giocati tutti sul rapporto con il PSI di Bettino Craxi, a volte alleato a volte nemico. Solo nel 1989, Andreotti tornerà alla guida del Paese con un mandato che decadrà nel 1992. Proprio il 1° giugno di quell’anno il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nomina quattro Senatori a Vita: Giovanni Agnelli, Francesco De Martino, Paolo Emilio Taviani e appunto Giulio Andreotti. Il 1992 è anche l’anno dell’elezione del Presidente della Repubblica, naturale traguardo di una carriera come quella di Andreotti. Tuttavia i fatti di mafia, come l’uccisione di Falcone, spingono a scegliere un nome meno politico e più istituzionale: la spunta così Oscar Luigi Scalfaro.
Nel 1994 la DC si scioglie e Andreotti aderisce al Partito Popolare di Martinazzoli, dal quale esce nel 2001, quando nasce la Margherita. Nel febbraio di quell’anno fonda, con Zecchino e D'Antoni, Democrazia Europea, partito di ispirazione cristiana, che confluisce nell'UDC un anno dopo. Negli anni 2000 vive un’ultima fase da protagonista: al Senato il governo Prodi ha una maggioranza minima e anche il voto di Andreotti, come quello degli altri Senatori a Vita, è decisivo. Prima accorda la fiducia a Prodi, ma il 21 febbraio 2008 astenendosi, decreta l’apertura della crisi che porta, in serata, alle dimissioni del governo.
Andreotti è stato coinvolto in diversi processi. Il Senatore a vita è andato davanti ai giudici con l’accusa di concorso in associazione mafiosa (prescrizione per i fatti precedenti al 1980 e assoluzione per quelli successivi), come mandante per l’omicidio Pecorelli (assoluzione in Cassazione) e per il caso Almerighi (condanna per diffamazione). Anche altre vicende hanno riguardato la vita di Andreotti: i rapporti con il generale Dalla Chiesa, quelli con Michele Sindona e il ruolo svolto durante il fallito Golpe Borghese.
Andreotti, come tutte le persone di rilievo, ha attirato su di sé l’attenzione di giornalisti, critici, analisti e comici, che gli hanno affibbiato numerosi soprannomi. Il giornalista Mino Pecorelli lo ha chiamato "Divo Giulio" per la "sacralità" nella politica italiana. Alcuni l’hanno chiamato "Zio Giulio", sia per il tono paterno con il quale si esprime nei suoi discorsi, sia per parodiare l’abitudine mafiosa di chiamare zio i personaggi di spicco. È stato chiamato, da ambienti socialisti, Belzebù, per distinguerlo da Belfagor (Licio Gelli). Altri soprannomi sono stati: Molok, la Sfinge, il Gobbo, il Papa Nero, la volpe e l’Indecifrabile.
Oltre al celebre film di Paolo Sorrentino "Il Divo", Andreotti è il protagonista di un cartone animato italiano, "Giulio Andreotti" (2000), firmato da Mario Verger. Il Senatore a vita compare nel film "Il tassinaro", con Alberto Sordi, e ispira il Licio Lucchesi del "Il Padrino – Parte III" di Francis Ford Coppola. Persino Totò lo cita in "Gli Onorevoli" e Giuseppe Ferrara parla anche di lui in "I banchieri di Dio". Francesco Baccini gli dedica una canzone nell’album "Nomi e cognomi" e con ogni probabilità "L’uomo Falco" di Antonello Venditti è proprio ispirato a lui.