Roma, 10 mar. - (Adnkronos) - Il 10 marzo 2000 l'indice del Nasdaq, il listino specializzato in titoli tecnologici, chiuse a 5.132 punti, ma pochi - registrando l'ennesimo record, dopo mesi di rialzi inarrestabili (+112 % in un anno) - avrebbero immaginato che quel giorno finiva un'epoca. Quello stesso 10 marzo, non a caso, a Piazza Affari per pochi minuti il Mibtel superò quota 35 mila (per l'esattezza 35.001) per poi chiudere a 34.994 punti: eppure due mesi prima il principale indice della Borsa italiana veleggiava a quota 27 mila. Sul nostro mercato non c'erano ragioni 'tecniche' a sostenere un balzo del 30% in sessanta giorni, ma pochi sembravano curarsene. A posteriori, divenne facile vedere la 'bolla' speculativa che aveva sostenuto la corsa degli indici di tutto il mondo: ma in quelle settimane, per piccoli e grandi investitori il motto era 'The sky's the limit'. Invece, quel giorno, dieci anni fa moriva la 'new economy', un concetto che aveva poco più di un anno e mezzo di vita (era stato coniato nel 1998 dal saggista statunitense Kevin Kelly nel suo best-seller 'New Rules for a New Economy') ma era riuscito a 'infettare' il sistema globale, con la seduzione di una crescita incontenibile legata soprattutto allo sviluppo del web. In realtà la definizione più corretta è quella di 'dot-com bubble' legata all'illusione di Internet come re Mida, in grado di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse. Aziende storiche si vedevano scavalcate - nell'attenzione del mercato - da start-up che, sulla base di ottimistici business plan, facevano balenare guadagni enormi, facili e immediati. In termini di capitalizzazione, questo creò distorsioni sorprendenti. Il 9 aprile 2000, appena 24 ore prima del massimo storico, la Bbc dava voce alle preoccupazioni legate alla revisione dell'indice Ftse 100, appena entrata in vigore: grandi aziende come Scottish & Newcastle (colosso del settore bevande con più di 60 mila addetti) o Dixon (gigante delle vendite al dettaglio con 6 miliardi di capitalizzazione) si vedevano espulsi dall'indice in favore degli internet provider Baltimore (con 450 impiegati) o Freeserve, valutato a 7,25 miliardi di sterline. Non durò molto: nell'ottobre 2001, a bolla scoppiata (e nel mezzo della crisi scatenata dall'11 settembre), Baltimore fu espulsa persino dall'indice Ftse 250, visto che la sua capitalizzazione era crollata a 114 milioni di sterline dai 5 miliardi dell'anno precedente. Nello stesso settore, gli spagnoli di Terranet (con pochi mesi di vita alle spalle) si lanciò in una campagna mondiale di acquisizioni, forti della liquidità generata dal balzo delle quotazioni dagli 11,81 euro di dicembre 1999 ai 157 di marzo 2000. Quando il mercato delle dot-com inizio a cedere, Terranet non comprese i segnali: ad aprile 2000 acquistò Lycos, il terzo portale più visto degli Stati Uniti, per 12,5 miliardi di dollari. Ma il cammino era segnato e l'espansione mondiale si rivelò un flop: nonostante le promesse i provider e i siti di e-commerce non riuscirono mai a generare i profitti ipotizzati nei business-plan e uno dopo l'altro chiusero. Ad ottobre 2004 Lycos fu rivenduta per 104 milioni di dollari, mentre le azioni di Terranet piombarono a 2,75 euro, lasciando nella disperazione centinaia di migliaia di piccoli investitori. (segue) In Italia le cose non erano andate diversamente. Esemplare il caso di Tiscali: la compagnia telefonica fondata nel 1998 da Renato Soru. L'anno successivo si era quotata in Borsa, con un collocamento fissato a 46 euro e richieste 30 volte superiori. A febbraio, dopo settimane di rialzi nell'ordine del 30 per cento 'giornaliero' che portarono le azioni a quota 900 euro, la sua capitalizzazione supero' quella di Fiat, ferma a 14,2 miliardi di euro fra azioni ordinarie, privilegiate e risparmio. Ma, spiegava un esperto al 'Corriere', Tiscali - che pure nel 1999 aveva fatturato neanche 40 milioni di euro "è niente rispetto a Yahoo Japan che ha guadagnato il 10.000% e ora vale più di un milione di dollari per azione". Il sorpasso durò poco e ad aprile Fiat tornò a superare la compagnia di Soru, scesa a 10,4 miliardi di euro: erano stati bruciati più di 4 miliardi in 60 giorni, ma il mercato italiano non sembrava preoccuparsene. Nonostante i segnali preoccupanti, Piazza Affari aveva infatti da pochi giorni un nuovo oggetto del desiderio, e.Biscom, fondata nel 1999 a Milano da Silvio Scaglia e dal finanziere Francesco Micheli. Dopo un collocamento in Borsa che vide 2,7 milioni di italiani correre in banca con richieste quasi 30 volte superiori all'offerta, la mattina del 30 marzo, giorno del suo debutto a Piazza Affari, venne bloccata per eccesso di rialzo, chiudendo a 222 euro dai 160 del prezzo di collocamento. In quei giorni e.Biscom valeva 13,2 miliardi di euro. Furono guadagni facili ma di breve durata. Due settimane dopo il prezzo era sceso a 196 euro, poi una discesa inarrestabile fino alla trasformazione in Fastweb e all'acquisizione di Swisscom: ieri l'ex e.Biscom ha chiuso a 14,6 euro, anche se ai suoi azionisti in fondo è andata molto meglio che a quelli di Tiscali, con quotazioni piombate a 0,018 euro. Ma per due società che sono ancora in circolazione, l'elenco delle 'vittime' della new economy è sterminato (Aol, GeoCities, eToys) mentre l'indice Nasdaq - piombato nell'ottobre 2002 a 1.114 punti - non si è più ripreso. In compenso, alcuni degli operatori a suo tempo derisi per non voler approfittare delle enormi possibilità della new economy fanno ancora ottimi affari. E' il caso di Warren Buffett: quando a inizio 2000 un giornalista gli chiese perché non volesse scommettere sul mercato tecnologico, rispose citando le aspettative degli investitori sui loro guadagni, emerse dall'ultimo sondaggio Gallup. Gli azionisti speravano di guadagnare nel 2000 almeno il 19%. Ma, spiegò l' "oracolo di Omaha", "in questo paese non c'è nessun affare che possa assicurare un ritorno simile". In quel momento la fortuna 'old style' di Warren Buffett valeva 26 miliardi di dollari. A fine decennio il suo patrimonio - nonostante gli enormi fondi destinati in beneficenza e le perdite causate dalla crisi dei subprime - superava quota 40 miliardi. Evidentemente, aveva ragione lui.
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