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Il contratto a tempo determinato

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Il contratto a tempo determinato

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Con la riforma Fornero, sono stati scoraggiati i contratti di lavoro a tempo determinato, ma in quest'ambito l'assetto normtivo sembra che non sia ancora definitivo. Ecco come funzionano ora

​​Il contratto di lavoro a tempo determinato, o contratto a termine, costituisce una vera e propria forma di assunzione del lavoratore, che si differenzia dalla formula a tempo indeterminato per avere una scadenza temporale. La Riforma Fornero del 2012 ha introdotto alcune norme che ne disincentivano il ricorso ripetuto, in gran parte modificate dal Decreto Lavoro Renzi (Dl n. 34 del 2014).


La causale 

Uno dei limiti al ricorso al contratto a termine è dato dalla "causale" cioè la ragione per cui possono essere preferiti rispetto al tempo indeterminato. Le ragioni ammesse sono le seguenti:



  • tecniche, ad esempio bisogno di personale con qualifiche non presenti tra i dipendenti dell'azienda;
  • produttive ed organizzative, ad esempio a seguito di temporanei picchi di richiesta da parte del mercato, o per lavori stagionali;
  • sostitutive, nei confronti di dipendenti in ferie o in maternità (ma è vietato farlo in caso di sciopero).

Con la riforma Renzi, il primo contratto a termine senza causale può durare al massimo di 36 mesi (la riforma Fornero aveva ridotto tale periodo a un anno). Tale vincolo decade anche per specifici processi organizzativi - come: avvio di start-up, lancio di un nuovo prodotto, rilevante cambiamento tecnologico, progetto di R&S, proroga di una commessa - ma nel limite del 6 per cento degli occupati nell'unità produttiva. Ci sono inoltre deroghe speciali per i settori postale e aeroportuale, per le startup innovative e per i lavoratori assunti dalle liste di mobilità o in caso di assunzione di disabili.


Un ulteriore vincolo introdotto col Decreto Renzi è che una stessa azienda non può applicare il contratto a termine a più del 20 per cento della forza lavoro, ad eccezione delle imprese che occupano fino a 5 dipendenti, per le quali il limite non si applica.


Anche le Pubbliche amministrazioni possano ricorrere ai contratti a tempo determinato, ma solo per rispondere ad esigenze di carattere temporaneo ed eccezionale.


Il ricorso a tale tipo di contratto non è consentito, invece, per sostituire lavoratori in sciopero o nelle unità produttive in cassa integrazione ordinaria o dove ci sono stati licenziamenti collettivi nei 6 mesi precedenti, salvo che non sia specificato diversamente negli accordi sindacali.

Quanto può durare

Il contratto a tempo determinato non può avere una durata superiore ai 3 anni, ad eccezione dei contratto per i dirigenti, che può durare fino a 5 anni.


Il contratto può essere prorogato fino a otto volte, ma solo nell'arco dei 36 mesi e a patto che le proproghe siano riferibili alle stesse mansioni e a ragioni oggettive (le stesse che possono giustificare il tempo determinato) e alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto a termine è stato inizialmente stipulato. Tra la scadenza di un contratto e la stipula di quello successivo devono però passare 10 giorni, per contratti di durata inferiore a 6 mesi, e 20 giorni per contratti di durata superiore (la riforma Fornero li aveva portati, rispettivamente, a 60 e 90 giorni, ma poi la precedente tempistica è stata ripristinata col Decreto legge n. 76 del 2013).


Se il rapporto di lavoro prosegue dopo lo scadere del termine, il datore ha l'obbligo di corrispondere al lavoratore, per ogni giornata di prosecuzione, una maggiorazione della retribuzione pari al 20 per cento, fino al decimo giorno successivo, e pari al 40 per cento per ogni giorno ulteriore. Ma la prosecuzione può durare al massimo 20 giorni, se il contratto aveva una durata inferiore a 6 mesi, e a 30 giorni negli altri casi. 


Il contratto a tempo determinato non può essere interrotto prima della scadenza naturale, se non in presenza di "giusta causa". Ciò vale sia per il datore di lavoro, che altrimenti non può licenziare il lavoratore, sia per il lavoratore stesso, che in assenza di una giusta causa non può dimettersi.


Conversione a tempo indeterminato

A determinate condizioni, si verifica automaticamente la conversione a tempo indeterminato del rapporto stesso:



  • se il contratto è di durata inferiore a 6 mesi, la conversione si verifica quando il rapporto prosegue oltre il trentesimo giorno dopo la scadenza;
  • se il contratto è di durata pari o superiore a 6 mesi, la conversione si verifica quando il rapporto prosegue oltre il cinquantesimo giorno dopo la scadenza;
  • in ogni caso, dopo 3 anni, tenendo conto anche di eventuali periodi di somministrazione.

Contributo aggiuntivo

Le imprese devono versare un’aliquota aggiuntiva dell’1,4 per cento, sui contratti a tempo determinato, che serve a finanziare l’Aspi, la nuova forma di protezione per i lavoratori che perdono l'impiego. Il contributo non è dovuto in caso di lavoro stagionale, nei contratti di sostituzione e per gli apprendisti.


Nel caso in cui l’azienda trasformi il contratto a tempo indeterminato, può usufruire della restituzione delle ultime sei mensilità del contributo. Ciò avviene anche se il lavoratore è riassunto a tempo indeterminato entro sei mesi dalla scadenza del contratto a termine, ma solo per il numero di mensilità restanti.