Un sieropositivo su 3 in Italia, il 30-40% delle nuove diagnosi, scopre di esserlo in fase avanzata di infezione. Un dato "preoccupante, di cui si registra un aumento negli ultimi anni", sottolinea Andrea Antinori, dell'Istituto nazionale di malattie infettive Spallanzani di Roma, dalla V conferenza dell'International Aids Society, in corso a Città del Capo, Sudafrica. Il trend in crescita delle diagnosi tardive, difficile da quantificare perché non in tutte le Regioni è attivo un sistema di rilevamento, "è dovuto a una ridotta percezione del rischio - spiega l'esperto - nella popolazione generale, ma anche fra i camici bianchi, medici di famiglia e specialisti. Si considera l'Aids come fosse un fenomeno in declino, ma sappiamo che non è assolutamente così". Sono circa 140 mila i sieropositivi in Italia, ricorda, a cui va aggiunto il sommerso. Si contano 4 mila nuovi casi di Hiv l'anno, un dato invariato da 10 anni. I pazienti, grazie alle terapie, vivono molto più a lungo che in passato. E costituiscono un 'serbatoio' che finisce con l'aumentare il rischio di trasmettere l'infezione, alimentato anche dalla ridotta percezione del pericolo. L'Aids non fa più paura e "si riduce la consapevolezza - prosegue Antinori - della possibilità di aver contratto il virus negli anni precedenti". Quantificare l'aumento delle diagnosi tardive non è oggi possibile ma, aggiunge, "basti pensare che ben il 60% dei casi di Aids si scopre malato contestualmente alla scoperta di essere sieropositivo. Le due diagnosi, insomma, arrivano insieme, mentre negli anni scorsi questo dato non superava il 30%". Si può ipotizzare che sia maggiore, dunque, l'aumento dei casi in cui ci si scopre sieropositivi in fase avanzata di infezione, con difese immunitarie già bassissime, ma non ancora in malattia conclamata. Ad arrivare tardi alla diagnosi, secondo l'identikit delineato dallo specialista, "sono soprattutto adulti e anziani, dagli 'over 40' fino anche agli 'over 60', nella maggior parte dei casi eterossessuali, e immigrati o comunque le fasce più socialmente svantaggiate della popolazione". L'Italia si colloca in una sorta di media europea, dove si contano un 25-40% di diagnosi tardive. "Bisognerebbe lavorare di più sugli indicatori di malattia", sottolinea Antinori. Spie dell'infezione, come le sindromi mononucleosiche o disturbi neurocognitivi, che "spesso sfuggono ai medici di famiglia e anche agli specialisti. I camici bianchi dovrebbero avere una maggiore consapevolezza e richiedere il test dell'Hiv in presenza di queste manifestazioni cliniche". Arrivare tardi alla diagnosi, spiega, significa cominciare tardi le cure, andare incontro a più alti rischi di decesso, infezioni opportunistiche e quindi diverse malattie contemporaneamente, bassa efficacia della terapia e resistenza ai farmaci, maggiori probabilità di trasmettere la malattia. "Le cure - ricorda - vanno iniziate il prima possibile, su questo non c'è dubbio". Per questo particolare gruppo di pazienti, ad alto rischio Aids, non ci sono al momento indicazioni specifiche internazionali di terapia. Comunque, servono farmaci che si dimostrino efficaci indipendentemente dalla fase dell'infezione, dunque anche se è avanzata, e con i minori effetti collaterali possibili. Spesso questi pazienti difficili sono esclusi dai test clinici e dunque disponiamo di pochi dati e informazioni". Alla conferenza dell'Ias a Città del Capo sono stati presentati i dati dello studio Castle riferiti proprio a questo sottogruppo di sieropositivi, con il confronto di regimi terapeutici per stabilire il più efficace. In Sudafrica, dove il fenomeno è anche più diffuso, scoprire l'Hiv in fase avanzata di infezione equivale a una condanna a morte nel 40% dei casi.
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