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Legge 180 'frettolosa', troppe cose lasciate in sospeso

La legge 180? "Una legge frettolosa e generica, che ha lasciato troppe cose in sospeso". Giovanni Jervis, uno dei più stretti collaboratori di Franco Basaglia, l'uomo che decretò la fine dei manicomi italiani, non dimentica gli anni bui che seguirono l'approvazione della legge 180. "Anni di vuoto assistenziale quelli dopo il '78 - racconta all'ADNKRONOS SALUTE lo psichiatra, oggi docente di Psicologia dinamica all'università La Sapienza di Roma - durante i quali i pazienti più gravi vennero abbandonati a loro stessi. Fu questa la conseguenza del blocco degli ingressi nei manicomi previsto dalla legge. A quei tempi infatti i reparti che sarebbero dovuti nascere negli ospedali civili non erano ancora pronti". Non solo. La legge Basaglia che, rivela Jervis, "non fu amata molto neanche da colui al quale è stata attribuita la paternità", nel tempo non si è rivelata neanche democratica: "Una delle questioni ancora aperte è la qualità dell'assistenza, così eterogenea, caratterizzata da forti disuguaglianze territoriali", prosegue Jervis, che oggi discuterà proprio di questi temi a Lodi, in occasione della manifestazione 'Occhio all'invidia', la sesta edizione della rassegna sui sette peccati capitali ideata e organizzata dall'assessorato alle Politiche culturali del Comune. Secondo l'esperto, che con lo storico Gilberto Corbellini, è anche autore di un libro sulla storia della psichiatria italiana degli ultimi cinquant'anni in uscita a settembre, non si può neanche sottovalutare il problema dei posti letto per ricoveri psichiatrici a breve termine, che per oltre il 50% è concentrato nelle strutture private. "Una percentuale - ribadisce - che addirittura raddoppia nel Sud Italia". Il nostro Paese ha ancora molta strada da percorrere, prosegue Jervis, soprattutto sul fronte della formazione, non solo degli psichiatri, ma di tutto il personale che ha a che fare con questi pazienti: "Un esempio è rappresentato dalle comunità in cui vengono assistiti molti schizofrenici. Spesso il personale non è in grado di gestire le situazioni". Il problema della schizofrenia mette in risalto un'altra carenza tutta italiana: "Siamo molto indietro - spiega lo psichiatra - anche per quanto riguarda la diagnosi precoce di questa malattia, che si manifesta per lo più fra i 16 e i 18 anni. Un aspetto fondamentale, perché solo se si interviene tempestivamente, si può garantire ai pazienti buone prospettive prognostiche". La visione dello studioso, però, non è completamente negativa: "Oggi in Italia l'assistenza è sicuramente migliore rispetto al passato. Ed esistono esempi virtuosi. Su tutti l'esperienza di Verona sud: il responsabile dell'area, l'epidemiologo Michele Tansella, ha dato molta importanza alla documentazione. In questo settore è importante il monitoraggio continuo, l'analisi dei passi falsi e dei successi, la storia dei pazienti".



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